
Nelle pagine di questa sezione è possibile trovare tutto ciò che rientra nella tradizione popolare biscegliese: festività popolari, riti religiosi, costumi, pietanze e dolci tipici.
- Giovedì Santo
- Venerdì Santo

- Sabato Santo
(a cura del gruppo Scout locale)
- Lunedì Santo (detto “del Pantano”)
- Prima domenica successiva alla pasqua
- Seconda domenica successiva alla pasqua
- 13 Giugno
- 30 Luglio
- Prima decade di Agosto
- Seconda decade di Settembre
- 7-8 Dicembre
tra Gesù e la Madonna. Le due statue sono veramente di mirabile fattura: il volto della Madonna, di elevata spiritualità , esprime un dolore straziante ma non disperato, un’accettazione del sacrificio che richiamava, soprattutto durante la guerra e per tutti gli anni cinquanta, il dolore delle madri che avevano un figlio al fronte o che l’avevano purtroppo perduto; la statua del Cristo, curva sotto il peso della Croce, è una delle più belle del ricco patrimonio religioso della città . Nemmeno il più scettico può evitare di avvertire il pathos che si crea nel momento in cui la Madonna tenta di baciare quel suo figlio martirizzato il quale, dopo un pò, si allontana seguito dalla banda che riprende la lugubre marcia.I Misteri, statue isolate o gruppi, risalenti al 1700, rappresentano momenti particolari della Passione di Cristo, una specie di Via Crucis con stazioni in movimento. Nella tradizionale processione si susseguono lungo il percorso le statue rappresentanti: Gesù nell’Orto degli Ulivi, Pietro e il gallo, Gesù alla colonna, Ecce Homo, Gesù caricato della Croce, Il Calvario, La Veronica, La Pietà , Gesù morto in culla.
L’icona di Santa Maria di Giano è venerata nell’omonima chiesetta, ubicata sulla via provinciale Bisceglie-Andria, le cui notizie risalgono al XII secolo. Sulla porta della sacrestia è infatti riportata la seguente iscrizione: “L’altare della Beata vergine fu consacrato da Bisanzio, il giovane venerabile vescovo romano e dal reverendo abate Basilio nell’anno 1182″. Vi è inoltre l’antica consuetudine di far compiere intorno all’altare della Vergine alcuni giri ai bambini ed agli adulti erniosi per chiedere la sua intercessione o la grazia poichè molteplici sono state in passato le guarigioni di questa patologia nell’antichissimo tempio in pietra viva. Nel 1967 la sacra icona della Madonna di Giano rovinata dal tarlo fu avviata al restauro dalla Soprintendenza presso il Castello di Bari ed è ora depositata presso il locale Museo Diocesano. Nel casale è stata posta una copia realizzata dal pittore biscegliese Carlo Monopoli. La Madonna stringe a se il pargolo Gesù che con la mano sinistra trattiene il seno e nella mano destra sorregge un cardellino. La processione in onore della Vergine viene effettuata per l’agro nella zona di Giano la seconda domenica dopo Pasqua.
La chiesetta di Santa Maria di Zappino fu eretta nell’omonimo casale intorno all’anno mille con il concorso delle genti limitrofe. Nel 1650, come si legge in un’iscrizione posta sul portale del casale, fu restaurata da Filippo Schinosa Ubaldino nominato all’Arcidiaconato. Altri lavori furono effettuati nel 1801 con l’arcidiacono Pietro Consiglio.
Il dipinto della Madonna di Zappino, in stile bizantino, attribuito al Palvisino, rappresenta la Vergine col Bambino dal colore bruno. Attualmente è custodito presso la Cattedrale di Bisceglie. L’icona della Madonna venerata per la salubrità dei campi e per la pioggia viene portata in processione nell’agro dai confratelli dei SS. Martiri la prima domenica dopo Pasqua.
di Luca De Ceglia e Luigi Palmiotti, 2004
La devozione a Sant’Antonio da Padova è ancora oggi viva e praticata nella chiesetta del Santissimo. Ogni anno i pescatori il giorno 13 del mese di giugno organizzano una festa in onore del santo: la statua lignea di Sant’Antonio da Padova viene fatta salire a bordo di un motopeschereccio e portata in una spettacolare processione in mare.
A Bisceglie è inoltre diffusa l’usanza popolare di collocare una pagnottella, distribuita durante la messa in questa occasione, sul davanzale della finestra per allontanare i fulmini dalla casa durante i temporali. Fin dal XV secolo il Santo viene rappresentato con un giglio, simbolo di purezza.
di Luca De Ceglia e Luigi Palmiotti, 2004
L’organizzazione della Festa è affidata alla Commissione Diocesana per le feste patronali. In passato si raccoglievano offerte in natura, come olio, dai “trappeti” e grano dai partitari (mezzadri) e dai mulini.
La Festa inizia sabato mattina. Alle otto, l’urlo prolungato della sirena e lo squillo delle campane di tutte le chiese, uniti agli scoppi di una batteria e al lancio di bombe, aprono i festeggiamenti. Fino a qualche decennio fa, girava per le vie u tamburre, una piccola banda formata da due suonatori di tamburi, uno di flauto e l’altro di grancassa, e da un paio di suonatori di piatti di ottone. Essi indossavano una divisa con pantaloni neri e giacca rossa. Si fermavano davanti alle case e suonavano alcune marce, ricevendo in cambio un’offerta in denaro.La sera la gente affluisce al Palazzuolo, centro della Festa, dove sono allineati baracconi, giostre e bancarelle colme di palloncini variopinti, giocattoli, ninnoli, articoli di moda e leccornie.
Intorno al Palazzuolo e lungo le vie che menano al Duomo, è un susseguirsi di archi di luci multicolori, che formano festoni e gruppi di fiori. Fino ai primi del 900 l’lluminazione era allestita con lampioncini a olio e gli archi erano abbelliti da festoni di alloro, bandierine e corone di fiori.
Nelle case borghesi si accendevano fanaletti su ringhiere, finestre e stipiti. Ma colpiva soprattutto il gran numero di lucernelle a olio, a gruppi di tre, che rischiaravano il paese e la campagna, gentile omaggio ai Santi oggi caduto in disuso.
Presso il Cinema Garibaldi viene eretto un altare ornato di drappi, fiori e lampadine, su cui è posta un’immagine dei Patroni. Al centro del Palazzuolo, intorno alla cassa armonica ornata da mille luci, la gente ascolta muta ed estatica, per varie ore, i pezzi eseguiti dalle bande musicali. Chiudono la serata fragorosi fuochi pirotecnici. La domenica, la festa si fa più ricca e solenne. Alle dieci, la gente si riversa in Cattedrale, parata a festa con drappi di velluto e di seta ornati di festoni dorati e di luci: nella Cripta si trovano esposte ai fedeli le statue dei Santi.
Alle ore venti, dopo lo scoppio dei fuochi pirotecnici e delle bombe a salve, ha luogo la solenne processione dei tre Santi. La processione giunge al Palazzuolo per poi rientrare in Cattedrale. Dopo le due, a chiusura dei festeggiamenti, rimbombano gli ultimi spari. La festa riprende il giorno seguente. Alla mezzanotte del lunedì, ultimo giorno festivo, un gruppo di fedeli preceduti da una fiaccolata, riporta in Cattedrale le statue dei Santi.
foto tratte da “Le edicole votive di Bisceglie”
di Luca De Ceglia e Luigi Palmiotti, 2004;
e da “Andar per i Casali di Trani e Bisceglie”
a cura di Luigi Palmiotti
La sua immagine è la più rappresentata nelle edicole votive biscegliesi e nelle medagliette fin dal XVIII secolo. Presso il Museo Diocesano si conserva un busto in legno dell’antica statua ottocentesca dell’Addolorata.Nel venerdì santo la Madonna con l’abito nero viene portata in processione dalla Confraternita e dalle terziarie della cattedrale al monumento del Calvario per il tradizionale rito dell’ “Incontro” con Cristo che porta la croce, che si muove dalla chiesa di San Lorenzo in spalla ai confratelli di San Giuseppe.
I festeggiamenti in onore dell’Addolorata, compatrona di Bisceglie, si svolgono nella seconda decade di settembre.
- Calzone
Il calzone è una focaccia divisa a mò di panino ripiena di cipolle lessate e baccalà, olive nere, acciughe, diabbuicchie (peperoncini) e uva passa; un’altra varietà è preparata con pomodori e ricotta asckuànde (forte).
- Arancia rotta all’acqua
Un tempo a colazione, si usava mangiare l’arancia rotta all’acqua che si preparava tagliuzzando le arance a pezzetti immergendole in acqua calda, condita con olio di oliva, sale e pepe.
- Ragù
In un tegame di creta si versa olio di oliva, si aggiungono due o tre cipolle fresche, prezzemolo, una foglia di alloro, salsa di pomodoro ed infine braciole fatte con le carne di cavallo, chiuse con stuzzicadenti. Le braciole vengono riempite di lardo, formaggio piccante, prezzemolo, aglio, pepe, sale e infine di “diabbuicchie”.
- Sfricone
In una pentola si mettono due o tre spicchi d’aglio, un peperoncino rosso secco, molti pomodori e si versa olio abbondante. Si fanno sfriggere l’aglio e il peperoncino, poi si aggiungono pomodori e sale.
- Cialdìdd’
Si bagna del pane raffermo in acqua, lo si condisce con olio di oliva, pomodorini, origano e sale.
- L’acquasale
Questa pietanza si preparava mettendo in un tegamino dell’acqua e aggiungendovi pomodori, prezzemolo ed olio. Si tagliava quindi del pane e si metteva in un piatto e sopra si versava questa specie di brodo e si condiva il tutto con olio e, a piacere, con formaggio piccante.
- Sospiro
L’etimologia rimanda all’arabo “giulab”, acqua di rose, ma anche al latino medievale “gileppus”, (gileppo aromatico). Si racconta che in occasione delle nozze di Alfonso d’Aragona, duca di Bisceglie, e Lucrezia Borgia, le clarisse del Monastero S. Luigi sfornarono per la prima volta un dolce gradevole, degno dei reali, ripieno di crema o di marmellata e ricoperto di giuleppe. Si attendeva l’arrivo della “duchessa” nella sua città, ma l’attesa fu lunga e inutile, in quanto Lucrezia non vi si recò. I nobili della città sospirarono tanto per la mancata venuta e il “dolce di nozze” divenne da quel momento “il Sospiro”. Per la loro preparazione, prima si separano i tuorli delle uova dall’albume che, vengono sbattuti entrambi separatamente, ben bene in un tegame di rame.
Con l’aggiunta di ottima farina e poco zucchero si forma un impasto, che viene ben lavorato fino a renderlo pasta molle. L’impasto messo in cono di stoffa, forma i sospiri che, dopo essere stati infornati, vengono riempiti di crema e rivestiti di naspro (giuleppe), fatto con albume battuto, zucchero e scorza di limone.
- U s’s'meidd’
L’etimologia rimanda al termine sesamo, pianta dai cui semi si ricava un olio che in passato serviva come ingrediente del dolce.
Si prepara un impasto di farina, vino cotto e mandorle tritate che viene riempito di mostarda; successivamente viene infornato. Infine lo si ricopre di zucchero e cioccolato.
- Le cartellate
Con un tagliapasta si riparte la pasta sfoglia in delicate coccarde, la si frigge con olio e la si condisce con vino cotto o miele.
- La colva
La colva è un dolce che deriva dal rito greco, fatto con grano cotto condito con sapa. Attualmente, alla vigilia del giorno dei Defunti, la si prepara con nocciole, noci, scaglie di cioccolato, granoturco e acini di melagrane conditi con vino cotto.
- La copeta
Questo tipo di torrone è preparato con mandorle, miele, zucchero, garofano e cannella, cioccolato fondente.
- Marzapane
L’impasto per questo dolce è costituito da farina, latte, zucchero, uova, mandorle vaniglia. La pasta viene stesa e tagliata a forma di biscotti tondeggianti, quindi infornata.
Don Pancrazio Cucuzziello “il Biscegliese”
Maschera tipica della città che, secondo alcuni, risalirebbe al 600, Don Pancrazio Cucuzziello rappresenta il tipo di pugliese laborioso e parsimonioso trapiantato nella Capitale, esatta antitesi della più nota maschera napoletana Pulcinella, ozioso e spendaccione, con la quale si confrontava in teatro.Guercio e zoppo, Don Pancrazio indossa un abito di velluto nero con maniche, berretto e calze di colore rosso e si appoggia ad un bastone in legno. Il dialetto di Don Pancrazio è frutto di una mistura di tutte le più colorite parlate pugliesi, rozzo nella sua parlata ma garbato nei modi. Nei primi del 900 dopo secoli di oblio, un attore biscegliese ripropose la maschera al S. Carlo di Napoli, mutando il suo nome in Pippo Cocozza, mentre solo nel 1975 fu riproposta al pubblico pugliese.
Foto “Calendario festività”, “Riti di Pasqua”, “Festa Patronale”
di Salvatore Valentino



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